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... il presepio, lo stupore!

Articolo scritto il 23 Dicembre 2013 nella sezione " Vita natural… durante "



Aria di Natale. E’ qualcosa che da sempre mi scorre nelle vene. Un fluido che durante l’anno dorme quieto, e lentamente si sprigiona a partire dalla fine di novembre, nonostante che nel giro degli ultimi anni il Natale abbia perso dovunque il suo spessore umano, uniformandosi agli schemi preconfezionati del consumismo generale all´insegna dello spreco, e diventando quella specie di melassa insapore, frutto di una smaccata operazione commerciale che è sotto gli occhi di tutti. Il Natale mi è rimasto dentro. Amavo quell’atmosfera dolce e familiare, ancora la amo, al punto di cercare disperatamente di rinvenirla in ogni piega tanto mi appartiene, quel volersi bene vero, che veniva fuori da piccoli gesti, al di fuori dell’ordinario, non ricercati, mai di convenienza. Amavo quel calore e quelle luci, la mia famiglia riunita in una casa riscaldata solo dal braciere e da tante lucine, intermittenti come le emozioni, che mio padre, con perizia e pazienza, amava posizionare tutto intorno il perimetro del soffitto della camera da pranzo. Era un’atmosfera magica, di attesa, dove ogni gesto aveva un significato, anche il fumo della “fornacella” dove mia mamma arrostiva il capitone. Insieme a mio fratello pensavamo alla letterina, colorata di quei colori pastello ripassati con i brillantini, che il giorno di Natale avremmo messo sotto il piatto di papà e dove avremmo scritto: prometto di essere buono, di andare bene a scuola, di ubbidire alla mamma e al papà…… aspettando che ci scappasse qualche lira di regalo.

Dalla fine di novembre in poi tutto, in ogni famiglia, veniva  “condizionato” dal suo sopraggiungere. C’era qualcosa di magico nell’aria che, inevitabilmente, avviluppava ogni cosa dovesse accadere, ogni proponimento.  Era la magia e l’incanto di quel mondo fatto di sughero e cartapesta a dare calore ed atmosfera al Natale, a far spalancare gli occhi dei bambini, ad accendere la loro immaginazione ed a ripopolare la loro fantasia di mille storie da inventare e da far vivere ai personaggi del presepe. Quando ero piccolo il presepio era in ogni famiglia. La complessa liturgia che caratterizzava tutta l´operazione non poteva non rimanere impressa nella mia mente. Mio padre ne aveva comprato uno già “bello e fatto”. Non ricordo dove lo conservasse, forse nello scantinato. A me, piccolo quanto uno scricchiolo, sembrava immenso. Quando lo liberava dell’involucro entro cui lo custodiva, io ero lì, emozionato man mano che le sue parti rivedevano la luce.

Dalle scatole che per il resto dell’anno riposavano in soffitta, uscivano una ad una le statuine: oltre alla sacra famiglia, i pastori, gli angeli, l’immancabile stella cometa e, ultimi, i re Magi che dovevano pazientemente aspettare il 6 gennaio per fare la loro comparsa davanti alla grotta di Gesù. E poi, naturalmente, c’erano gli animali: oltre al bue e all’asinello, le pecore, che spesso stavano mollemente sdraiate sulle spalle dei pastori, le oche, le anatre e altre specie che non riesco a ricordare. Le statuine, di terracotta, era coloratissime. Ma fragilissime. Molte finivano con braccia, gambe e teste da rattoppare con la cera sciolta di una candela, per colpa di quel “levi, sposta e rimetti” a cui le obbligavo con le mie manine che non stavano un attimo ferme. Stavo sempre lì davanti estasiato, a rimuoverle in continuazione, in base a ciò che la mia immaginazione in quel momento partoriva. Aveva più senso che quella donna massaia stesse davanti al banco del pescivendolo. Quel viandante conveniva metterlo su quella rampa, altrimenti un po’ troppo spoglia. I due zampognari davanti l’apertura della grotta, impedivano la vista di Giuseppe. Meglio spostarli sui due lati, uno dirimpetto l’altro. Quel pastore, accovacciato sul suo fianco a dormire, sarebbe stato meglio metterlo al riparo altrove e non sotto quella tettoia. Quel cane doveva fare la guardia alle pecorelle e non andarsene ramengo. Quella casetta, troppo piccola per stare lì, era meglio spostarla più in fondo. Ricordo che la cosa che non mi piaceva fare era quella di mettere la cometa e gli angeli sulla capanna, mentre i Magi essendo ancora in viaggio, mio padre li posizionava il lontano possibile dalla mangiatoia. Io li facevo compiere loro il tragitto spostando le statuine di qualche centimetro, forse meno, ogni giorno. Non so che calcoli facessi, perché arrivassero giusti la mattina del 6 gennaio. Quando mi sembrava che fossero troppo avanti, li facevo indietreggiare. Penso che il vero viaggio dei Magi probabilmente fu meno travagliato di quello fittizio. Ricordo che la cosa che non mi piaceva fare era quella di mettere la cometa e gli angeli sulla capanna.

Potessero restare quei momenti, potessimo non crescere, diventare adulti. Sarebbe sempre Natale, o l’attesa di esso. Penso che quest’anno sia uno dei peggiori degli ultimi tempi e penso, anche, che questa crisi sia stata solo la scusa per molti per tirare fuori il peggio di sé stessi. Sicuramente il tempo che scorre inesorabile rende sempre meno nitidi i ricordi ma se chiudo gli occhi prendono magicamente forma tutti quegli attimi e quelle persone che ho amato e che per tutta la vita serberò come i momenti migliori per i miei ricordi. Si dice che i ricordi più belli siano quelli che abbiamo da bambini, e per un bambino nulla è più bello del Natale. Mi chiedo a volte se il Natale sia rimasto lo stesso di sempre, se la sua magia sia ancora intatta agli occhi dei più piccoli, credo che molto dipenda da noi, dai grandi, dal nostro desiderio di lasciar vivere ad altri la stessa magica atmosfera che abbiamo vissuto noi da piccoli, dalla capacità di creare l’incanto di un mondo che non può essere sostituito da un nuovo videogioco né da uno schermo tv più grande. Il Natale è l’unico giorno dell’anno in cui ci si aspetta accada qualcosa di straordinario, non so se sia vero, ma da bambino ci credevo.

Felice Pironti




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