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10 Agosto 1860: la strage di Bronte, per non dimenticare chi siano stati -davvero - Garibaldi e i suo scagnozzi

Articolo scritto il 10 Agosto 2018 nella sezione " Amor veritatis… "

10 AGOSTO 1860.
LA STRAGE DI BRONTE, PER NON DIMENTICARE LE VERGOGNE DI GARIBALDI E BIXIO
... ai quali ancora titoliamo piazze e strade !!!


Dal 6 al 10 Agosto del 1860 esattamente 158 anni fa, a Bronte, Nino Bixio, su mandato di Giuseppe Garibaldi, si rendeva protagonista di un atto scellerato ed infame che la storia, quella vera e non quella paludata della storiografia ufficiale e scolastica, ci ha tramandato e condannato come “l’eccidio di Bronte”.
I fatti di Bronte costituiscono ancora oggi una grande vergogna.
A Bronte, Giuseppe Garibaldi diede il meglio di sé reprimendo nel sangue una rivolta popolare che lo stesso capo dei Mille aveva, di fatto, provocato con un decreto che prometteva riscatto ai bisognosi e la divisione delle terre.
Ma era solo una volgare presa in giro per ingraziarsi l’appoggio della popolazione. 
Garibaldi sapeva benissimo che, affinché la sua impresa avesse successo, gli sarebbe stato assolutamente necessario l’appoggio e la partecipazione attiva dei siciliani.
Questo sarebbe avvenuto solo se fosse stato accolto come colui che poteva dare le possibilità di nascere a una nuova società, libera dalla miseria e dalle ingiustizie.
Con questo intento, il 2 giugno del 1860, aveva emesso un decreto nel quale prometteva soccorso ai bisognosi e la tanto attesa divisione delle terre.

A mano a mano che i piemontesi avanzavano in Sicilia, i siciliani si rendevano conto che di quel bel proclama non se ne sarebbe fatto nulla. All’avanzata di Garibaldi in Sicilia e con l’illusoria promessa di una più equa distribuzione delle terre furono molti, infatti, i paesi della Sicilia che, come Bronte, insorsero al grido “Abbassu li cappeddi, vulimi li terri”. Tra questi, Regalbuto, Polizzi Generosa, Tusa, Biancavilla, Racalmuto, Nicosia, Cesarò, Randazzo, Maletto, Petralia, Resuttano, Montemaggiore, Capaci, Castiglione di Sicilia, Centuripe, Collesano, Mirto, Caronia, Alcara Li Fusi, Nissoria, Mistretta, Cefalù, Linguaglossa, Trecastagni e Pedara.

A Bronte, sulle pendici dell’Etna, la contrapposizione fra la nobiltà latifondista rappresentata dalla britannica Ducea di Nelson proprietà terriera, e la società civile, era molto forte. Gli Inglesi avevano messo piede in Sicilia dopo la strana alleanza del 1799 e si comportavano in coerenza al proprio carattere tracotante e invadente in tutte le faccende riguardanti l’isola.

Il 2 agosto il malcontento popolare raggiunse il culmine e scattò la scintilla dell’insurrezione sociale. Fu così che vennero appiccate le fiamme a decine di case, al teatro e all’archivio comunale. Quindi cominciò una caccia all’uomo e ben sedici furono i morti fra nobili, ufficiali e civili, tra cui anche il barone del paese con la moglie e i due figlioletti, il notaio e il prete.
Il buon Abba che se ne stava tranquillo a Messina, parla di “case incendiate coi padroni dentro, gente sgozzata per le via, tumulti scellerati, divisione di beni (proprio così!), incendi, vendette, orge da oscurare il sole. Nei seminari, continua l’onesto cronista, i giovanetti trucidati a piè del vecchio Rettore; uno dell’orda è là che lacera coi denti il seno di una fanciulla uccisa”

Il Comitato di guerra decise di inviare a Bronte un battaglione di garibaldeschi (di garibaldeschi!!) agli ordini di Nino Bixio che certo dei siciliani non aveva gran considerazione e stima, se è vero che, alla moglie Adelaide, durante l’impresa dei Mille, così ebbe tra l’altro testualmente a scrivere a proposito della Sicilia e dei siciliani: “un paese che bisognerebbe distruggere e gli abitanti mandarli in Africa a farsi civili”.

Gli intenti di Garibaldi non erano solo volti al mantenimento dell’ordine pubblico, ma anche a proteggere gli interessi commerciali e terrieri dell’Inghilterra (Bronte apparteneva agli eredi di Nelson), che aveva favorito lo sbarco dei Mille, e soprattutto a calmarne l’opinione pubblica. Bisognava dimostrare ai “padroni” inglesi che nessuno poteva toccare impunemente i loro interessi. E Bixio, con i suoi metodi criminali li accontentò appieno. Si passò ad una farsa di processo e tutto fu liquidato in poco tempo senza riconoscere alcun diritto alla difesa, discutendo e dibattendo il tutto in appena quattro ore.
Risultato: ben 150 persone condannate e condanna alla pena capitale dell´avvocato Nicolò Lombardo (ingiustamente additato come capo rivolta, senza alcuna prova), insieme con altre quattro persone: Nunzio Ciraldo Fraiunco, Nunzio Longi Longhitano, Nunzio Nunno Spitaleri e Nunzio Samperi.

All’alba del 10 agosto, i condannati vennero portati nella piazzetta antistante il convento di Santo Vito e collocati dinanzi al plotone d’esecuzione. Alla scarica di fucileria morirono tutti, ma nessun soldato ebbe la forza di sparare a uno dei condannati, il Fraiunco, “lo scemo del villaggio” che risultò incolume. Il poveretto, nell’illusione che la Madonna Addolorata lo avesse miracolato, si inginocchiò piangendo ai piedi di Bixio invocando la vita. Ricevette una palla di piombo in testa.
Dopo la feroce esecuzione, a monito per la popolazione di Bronte, i corpi delle vittime rimasero esposti ed insepolti per parecchio tempo.
Ma non era finita. A questo primo processo sommario ne seguì un altro altrettanto persecutorio e vessatorio nei confronti di coloro che avevano arrecato oltraggio ai grossi proprietari terrieri e agli inglesi della ducea. Il processo che si celebrò presso la Corte di Assise di Catania si concluse nel 1863 con 37 condanne esemplari di cui 25 ergastoli. Giustizia era stata fatta. I poveracci non avrebbero più alzato la testa.

Il 12 Agosto, dopo avere fatto affiggere nei giorni precedenti, a suo nome, un proclama indirizzato ai Comuni della provincia di Catania con il quale invitava i contadini a stare buoni e a tornare al lavoro nei campi pena ritorsioni e feroci rappresaglie, Nino Bixio ribadiva: “Gli assassini e i ladri di Bronte sono stati puniti e a chi tenta altre vie crede di farsi giustizia da sé, guai agli istigatori e ai sovvertitori dell’ordine pubblico. Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte se la legge lo vuole”.

Lo sbarco dei Mille aveva mostrato il suo volto.
Gli interessi della borghesia, dei latifondisti, degli inglesi che facevano affari in Sicilia e di quei settentrionali che in nome di Vittorio Emanuele in futuro li avrebbero fatti erano salvi e salvaguardati dalle camicie rosse.


Come per gli scontri armati i mass media diffondono solo le narrazioni dei vincitori che stravolgono i numeri presentando vittorie esaltanti in inferiorità di uomini e mezzi, così per le rappresaglie si ingigantiscono le colpe dei civili e si minimizzano le vittime della repressione.
Si legge sui falsi libri di storia che solo cinque furono i fucilati, tra cui addirittura qualche simpatizzante unitario, anche se si aggiungono moltissimi prigionieri la cui sorte non è stata ancora chiarita.


Testimonianze locali tramandano invece notizie ben più realistiche e tremende: i garibaldeschi arrivarono a Bronte sparando verso qualunque cosa si muovesse e stanando i poveri abitanti nelle case, con stupri e sacco. La strage colpì certamente diverse centinaia di innocenti.
Il processo e la fucilazione fu solo un fatto successivo da inoltrare a chi non sapeva la verità.


Per molti versi i fatti di Bronte rappresentano una tragica anteprima di quanto l’intero Mezzogiorno avrebbe sperimentato durante il “Grande brigantaggio” tra il 1861 e il 1865. Con l’espressione “Grande brigantaggio” si indica una serie di rivolte che si scatenarono nel Mezzogiorno d’Italia contro il nuovo stato unitario che furono represse con inaudita violenza dall’esercito italiano. I libri di storia, grancassa della propaganda statalista, derubricano questi fatti a “brigantaggio” facendo intendere che a rivoltarsi contro il nuovo stato siano stati bande di delinquenti, antesignani dei moderni “mafiosi”. Purtroppo non c’è niente di più falso: a rivoltarsi e a finire vittima dei cannoni e dei plotoni di esecuzioni furono tanti poveracci che si ribellavano alla soverchiante tassazione imposta dal nuovo stato e alla ferma militare obbligatoria (che all’epoca durava quattro anni) che toglieva alle già stremate famiglie contadine braccia essenziali al lavoro agricolo. Tanti giovani meridionali furono mandati a morire nella fallimentare Terza Guerra d’Indipendenza. Il dramma di fronte al quale si sono trovate tante famiglie meridionali a causa della ferma obbligatoria e della tassazione soverchiante è magistralmente raffigurato da Giovanni Verga nel celebre “I Malavoglia”.
In una delle foto, la locandina del film "Bronte: cronaca di un massacro" di F. Vancini del 1972, una critica feroce all’operato dei garibaldini in Sicilia.



Felice Pironti




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